Settembre: il mese del decluttering.

Il mese di settembre ha sempre stimolato in me una gran voglia di fare ordine e di dar via le cose inutilizzate, quasi a esteriorizzare un’esigenza di rinnovamento che sempre si fa sentire alla soglia dell’autunno. Navigando un po’ in rete mi sono resa conto che è così anche per molte altre persone. Sono quindi ben felice di accogliere la proposta di Minimo e Tascabile ed eleggere settembre mese del decluttering!

Il neologismo la dice lunga: “clutter” in inglese significa “disordine”, quindi letteralmente “decluttering” starebbe a significare “liberarsi del disordine”, “far piazza pulita”. Il termine anglosassone, ultimamente molto in voga, si riferisce a un’attività che comunemente molti di noi già praticano, soprattutto nei cambi di stagione. Si tratta di liberarsi degli oggetti superflui, quelli che non si utilizzano più, ma anche di quelli che ci legano troppo al passato. A volte, infatti, leghiamo alcuni oggetti alle nostre emozioni e ai nostri ricordi e anche se inutilizzati, non riusciamo a liberarcene.

Il decluttering diventa quindi un’attività terapeutica e rigenerante perché in questo modo si fa ordine dentro e fuori. Gettando o regalando gli oggetti che non si utilizzano più, si libera energia vitale stagnante: il beneficio è assicurato!

Facendo una semplice ricerca su google ci s’imbatterà in tecniche e decaloghi per liberarci di quello che non ci serve. In alcuni Paesi si organizzano addirittura dei corsi per imparare a fare decluttering! Sono dell’idea che estremizzazioni e generalizzazioni siano sempre dietro l’angolo e che bisogna affidarsi al proprio buon senso.

Personalmente prima di liberarmi di un oggetto mi faccio due domande: “Quand’è l’ultima volta che l’ho usato? Quando prevedo di riutilizzarlo?”. Semplice, no? Per quanto riguarda gli oggetti che teniamo esclusivamente “per ricordo”, credo che tutti dovremmo imparare a far vivere in noi i nostri ricordi e non a legarli a degli oggetti. Io per prima sto imparando a farlo ora e lo reputo un processo di crescita personale.

Downshifting e yoga.

Negli ultimi mesi la stampa si è occupata molto del fenomeno del downshifting, diffusosi nei Paesi anglosassoni e che negli ultimi anni sta raggiungendo anche il Bel Paese.

Cos’è (veramente) il downshifting? La parola downshifting significa letteralmente muoversi verso il basso, più colloquialmente si può tradurre come “scalare marcia”. In sostanza non è altro che una reazione ai ritmi e alle abitudini non umane cui la società del consumo ha “costretto” molti di noi a vivere. La vita frenetica nelle città, sommata alle troppe ore lavorative (per non parlare poi del tempo che s’impiega ad andare a lavorare), riduce il tempo da dedicare a noi stessi e ai nostri affetti.  In molti si accorgono del paradosso che stanno vivendo: lavorare fino a dodici ore (o più) per comprare beni e servizi che non si ha neanche il tempo di godere. Si decide allora di diminuire le ore lavorative, rinunciando a parte dello stipendio e alla carriera. C’è addirittura chi cambia completamente lavoro e decide di lasciare la città. Gli scettici ribatteranno che queste scelte radicali se le possono permettere soltanto le persone che hanno già i soldi, magari di famiglia. Questa prospettiva in parte è alimentata dalla stampa che parla di persone che mollano tutto e che ne vanno in giro per il mondo in yacht. Ovviamente queste persone hanno già i soldi per farlo! Pare che i giornalisti (o almeno la maggior parte di loro) non riescano a centrare la vera essenza di questo fenomeno.

Grazia Cacciola nel suo libro “Scappo dalla città. Manuale pratico di downshifting, decrescita e autoproduzione”, racconta la sua esperienza e raccoglie alcune interviste a persone che “ce l’hanno fatta”, persone normali semplici e sicuramente non milionarie che, non senza sacrifici, hanno cambiato radicalmente la loro vita. Da questo libro emerge il lato vero del fenomeno: una forte dimensione green, di attenzione all’ambiente e alla sostenibilità, oltre che al senso delle nostre vite. Non vi sembrano questi alcuni dei valori condivisi da chi pratica e insegna yoga?

Sempre più persone decidono di rallentare, di rivedere le proprie abitudini, di vivere con più consapevolezza la propria vita, coltivando le proprie passioni, i propri affetti e magari anche… un orto! Sì perché l’autoproduzione è una delle parole chiave di chi vuol mettere in atto questo cambiamento di vita. Grazia Cacciola ci dimostra che si può autoprodurre con poco veramente di tutto, o quasi.  In questo modo si rispetta l’ambiente perché si abbattono i costi del trasporto e del confezionamento e inoltre si risparmia! E se poi dobbiamo acquistare qualcosa, possiamo farlo attraverso i GAS, i gruppi di acquisto solidale, sempre più presenti nelle realtà locali.

La crisi che l’economia mondiale sta attraversando è l’evidente sintomo che l’attuale sistema, basato sul consumo e sulla produzione smodati non funziona più, che bisogna cambiare qualcosa. Dobbiamo prendere consapevolezza che il reale cambiamento può cominciare anche da noi e dai nostri gesti quotidiani.

Fai-da-te: il cuscino a mezzaluna.

Soffrite di cervicale? Viaggiate spesso? Vi piace leggere sul lettoCuscino a mezzaluna o sul divano? Ho la soluzione per voi: il cuscino a mezzaluna. Dopo aver visto questi cuscini nei negozi che vendono articoli per yoga e discipline orientali a prezzi per nulla onesti, ho deciso di confezionarne uno da sola. Naturalmente in seguito ne ho fatti molti altri visto che le richieste di parenti e amici sono fioccate! Con le istruzioni e il cartamodello che ho disegnato potrete crearne uno anche voi e sperimenterete il benessere che questo cuscino può dare alla vostra cervicale, anche se non avete disturbi e dolori.

Occorrente:

  • cartamodello
  • cotone bianco
  • matita morbida
  • forbici
  • carta da pacchi o cartoncino
  • ago e filo bianco (se avete la macchina per cucire meglio ancora!)
  • imbottitura (a scelta tra cotone, semi di lino o pula di grano saraceno)

Come prima cosa scaricate il file pdf contenente il modello nelle dimensioni reali del cuscino. Poi stampate il file in formato A3 in modo da mantenere le dimensioni originali del modello. Per ragioni di spazio nel file che stamperete, troverete una sola metà del modello.Basterà ritagliarlo e ricalcarlo due volte a specchio su un cartoncino o su carta da pacchi per ottenere il vostro modello del cuscino.  A questo punto ricalcate il modello ottenuto sulla stoffa di cotone bianco con la matita per due volte e ritagliate con le forbici le due parti che andranno a formare il cuscino. Ora non ci resta che cucire le due parti insieme lasciando un bordo di circa ½ cm. Attenzione: la cucitura dovrà lasciare un’apertura di circa 10 cm (vedi foto) nella parte alta del cuscino. In questo modo potremo far passare la stoffa per girare il cuscino al dritto con le cuciture all’interno e riempire il cuscino con il materiale che desideriamo. Il cotone da imbottitura tende a essere più rigido inizialmente e a perdere con il tempo un po’ di spessore. I semi di lino e la pula di grano saraceno si adattano alla forma del corpo e lasciano invariata lo forma del cuscino. Questi ultimi hanno l’unico difetto di non essere di facile reperibilità, tuttavia ci sono dei siti che vendono questi materiali da imbottitura a prezzi ragionevoli. Quando avete imbottito il cuscino piegate all’indentro i bordi della parte rimasta aperta e cucite con punti piccoli e molto vicini al bordo. Il vostro cuscino è pronto!

A breve le istruzioni per la fodera del cuscino.

Un delizioso piatto unico estivo: Pomodori ripieni di riso.

In estate il pomodoro è un classico delle nostre tavole. Quest’alimento contiene minerali e oligoelementi (potassio, fosforo e magnesio) e di una considerevole quantità di vitamine C, A e B. È un alimento leggero (costituito al 94% di acqua), mineralizzante, dissetante e ricco di sapore. Il pomodoro appartiene alla famiglia delle solanacee (così come le patate, i peperoni e le melanzane) e com’è noto, è originario del Centro-Sud America. Nella dieta macrobiotica però, è considerato un elemento yang, che acidifica il sangue, e per questo andrebbe evitato o al limite bilanciato con altri alimenti yin. Siamo in Italia e le nostre abitudini e tradizioni ci rendono in pratica impossibile non mangiare i pomodori. Il consiglio resta comunque di consumarne moderatamente ed evitarne l’utilizzo fuori stagione. Chiarito quest’aspetto: evviva il pomodoro! Vi propongo una ricetta tipica del Lazio e per cui la sottoscritta impazzisce letteralmente: i pomodori ripieni di riso. E’ una ricetta semplice ma che da tante soddisfazioni. Bisogna soltanto fare attenzione ad alcune operazioni.

                                                                Ingredienti:

  • 12 pomodori ramati grandi
  • riso arborio o carnaroli (1 cucchiaio colmo per ogni pomodoro + 2)
  • basilico
  • prezzemolo
  • origano
  • 2 spicchi di aglio
  • 1 cipolla bianca piccola
  • 1 mozzarella piccola
  • sale q.b.
  • olio e.v.o.

Procedimento:

Tagliare la parte superiore dei pomodori formando dei dischi, che costituiranno in seguito i nostri “coperchi”. Svuotarne delicatamente il contenuto in un recipiente e unire gli altri ingredienti, il sale e un cucchiaio d’olio e.v.o.. Frullare il tutto con un mixer e mettere in ammollo il riso in questo composto. Salare l’interno dei pomodori svuotati e metterli capovolti a scolare l’acqua così da evitare che i nostri pomodori vengano troppo morbidi e si rompano. Dopo 1h- 1h e ½, una volta che il riso si è ammorbidito, riempire con il composto i pomodori, senza farne fuoriuscire il contenuto. Inserire un cubetto di mozzarella e chiudere con la parte superiore del pomodoro tagliata in precedenza. Ungere con un po’ di olio una teglia con i bordi alti e disporvi i pomodori. Versare un filo d’olio sopra i pomodori e infornare a 200° per 1h circa. Vi accorgerete quando sono pronti perché i pomodori si devono leggermente brunire. Servite tiepidi o freddi.                                             P.S.Il giorno dopo sono una meraviglia!